lunedì 28 settembre 2020
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Lo Pizzo-Faraci, gli allenatori di una squadra fotografica

Lo Pizzo-Faraci, gli allenatori di una squadra fotografica

Lo Pizzo-Faraci, gli allenatori di una squadra fotografica

La pratica del giardinaggio sociale risalente al Medioevo non è altro che la cura per ciò che cresce, produce e rende più bello il mondo: le persone. Accompagnare gli individui di una comunità lungo il percorso per divenire buoni cittadini, buoni religiosi, buoni lavoratori divenne fondamentale per rendere stabili i nuclei sociali. Detti così sembrano processi di qualche decina di anni, ma sono i secoli ad aver scavato profondamente la tomba dell’isolamento individuale in favore della nascita e della propagazione di modelli positivi per la società: il sistema Istruzione, il sistema Sanità, il sistema Militare, il sistema Sicurezza.

I due giardinieri dell’epoca contemporanea che hanno accompagnato noi altri ragazzi in giro per le strade a coltivare l’arte dell’osservazione, fanno parte in qualche modo di un sistema: il sistema Arte, forse quello più controverso, ambiguo, libero e liberatosi nella storia umana. Francesco Faraci e Marianna Lo Pizzo hanno realizzato un workshop dal titolo “Il mio quartiere” che non necessariamente doveva descrivere il rione di appartenenza del gruppo di fotografi all’avventura. Anzi, più si percepiva di essere esterni e più la spinta a ricercare l’incognita, lo sconosciuto, il contatto con l’estraneo sarebbe stata significativa. Non eravamo tutti ragazzi del quartiere Zisa o Danisinni. Ma l’incontro con l’Altro è arrivato quasi da sé, con naturalezza e con sempre maggior voglia di scontrarsi – artisticamente parlando.

Incontrandoci per la prima volta con i due professionisti è sembrato subito chiaro cosa ci aspettava. L’assenza di distanza tra noi e loro non era casuale, non era distinta dall’attività in strada: proprio l’immersione nel territorio e nel tessuto sociale è stata la richiesta per ottenere degli istanti di vita materiali, immateriali, emotivi o apparentemente aridi intorno a noi. La macchina fotografica, diavoleria – e come ogni diavoleria, una meraviglia – per noi profani è apparsa subito come un mezzo di comunicazione sconosciuto, tranne che per qualche eccezione. Come quando non si conosce una lingua e non si riesce a trasmettere il messaggio all’interlocutore rimasto in attesa di un qualche suono familiare che ci esca dalla bocca. Ecco, la fotografia era quell’interlocutore al quale non sapevamo ben esprimere cosa volevamo da lei, e cosa esattamente fosse per noi.

Ogni umano possiede la capacità di osservare, in particolare di sentire, ma non è detto che tutto ciò che venga pensato abbia necessariamente un valore assoluto e inattaccabile: anche e soprattutto per questo si rende necessaria la presenza di Francesco e Marianna. Sarebbe solo una ricerca allo sbaraglio senza di loro – che qualcuno avrebbe il coraggio di difendere perché tutte le foto vanno bene – nell’epoca del fotografare a più non posso. E allora le uscite in strada didattiche e interessanti fino al midollo hanno curato noi piccoli arbusti al fine di raccoglierne frutti maturi e colorati – tranne il buon Faraci amante del bianco e nero – ma risultato di una ricerca di angoli, prospettive e attimi di un quartiere che può essere quello di un paese qualunque.

Le periferie – non le borghesi espansioni di cemento in lungo e in largo – come luoghi distanti dal centro, mediatico o amministrativo, sono tutte uguali: dalla Francia all’Azerbaijan, dall’Estonia all’Albania. La vita periferica è dove c’è meno metropoli ma paradossalmente più globalizzazione. I bambini si divertono sempre e con poco, i vicoli nascondono gli stessi silenziosi anziani, il valore del tempo sembra avere meno importanza. Sembra che le foto stiano lì ad aspettarci come “la scultura che attende dentro il blocco di marmo”. E allora, quando le troviamo, facciamo un racconto personale di ciò che ci ha colpito di questo territorio, curati e sostenuti da due giardinieri insostituibili.

Daniele Monteleone