Fuocoammare

Fuocoammare

Fuocoammare, regia di Gianfranco Rosi, Italia (2015)

Fuocoammare” di Gianfranco Rosi racconta lentamente un amaro parallelismo tra la vita isolana di Lampedusa e la quasi vita dei migranti che approdano sulle sue coste. Lo fa in maniera asciutta, diretta e apparentemente elementare – come parlare altrimenti di due eventi che non smettono mai di avvicendarsi, la vita e la morte – e con riprese estremamente sfiancanti, alcune delle quali davvero coraggiose e audaci. Il documentario vincitore al Festival di Cannes, sbatte in faccia allo spettatore un raffronto quanto mai crudo, senza tralasciare piccole note di ironia. La tranquillità della comunità lampedusana, con i suoi piccoli problemi, con i suoi lavoratori, i bambini che giocano – che si esprimono con un siciliano fortunatamente sottotitolato – e sembrano ignorare quanto male c’è la fuori, poco lontano.

Il regista non ha posto limiti alla sua curiosità artistica e soprattutto umana: scene assolutamente inedite – non per il mondo, quanto per il pubblico dei Tg – catturate in modo affatto freddo, ma quasi da profugo insieme agli altri migranti. A ben vedere non vi sono reali barricate o schieramenti entro cui identificarsi, risultato ottenuto tramite un racconto assolutamente informativo e poco critico, se non – paradossalmente rispetto a ciò che è stato sopracitato – esterno.

Riprendendo la “lentezza” del percorso che affronta questo documentario, si ha la sensazione di avere il tempo di soffermarsi a pensare tra le scene – alternate nel corso della pellicola – di vita cittadina e quelle più strazianti delle sofferenza fisiche dei migranti, dei morti sui barconi, del lavoro dei medici legali, degli operatori dei centri di accoglienza e delle imbarcazioni della Guardia Costiera.

FuocoAmmare (3) FuocoAmmare (2)

Un dramma tutto italiano – ma sentito solo da una parte degli Italiani – che merita delle riflessioni doverose, anche fortemente critiche, sull’importanza dell’accoglienza per coloro ai quali non rimane altro che la speranza o la fortuna di sopravvivere durante e oltre il viaggio in mare. Comprendere il fuoco al mare – utilizzato per descrivere la tempesta – passa soprattutto dall’immedesimazione in una realtà distante anni luce e qualche chilometro allo stesso tempo. L’opera di Rosi riesce perfettamente in questa missione emotiva e di mobilitazione sociale, stavolta non per una problema locale o una difficoltà amministrativa e burocratica, ma solo e semplicemente per la Vita.

La mobilità umana internazionale, inarrestabile perché fondata sui diritti inalienabili quale la libertà e vita, non è soltanto un diritto umano, è anche uno straordinario contributo di umanizzazione della globalizzazione, della solidarietà, efficace alternativa e contrasto alla globalizzazione dell’indifferenza quale denunciata da Papa Francesco.” (Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, all’interno di un discorso su una “Palermo Città Migrante”)

Un grande contributo proviene da Alessandro Dal Lago, nel suo libro “Non persone”, che invita a riflettere sugli effetti del pregiudizio sociale: Al complesso discorso sull’immigrazione appartengono luoghi comuni come l’immediato accostamento di migrazioni e questioni di sicurezza, ma anche, appunto, la retorica gommosa del multiculturalismo. Ammesso che i paesi di destinazione dei migranti abbiano una cultura, si assume non tanto che i migranti siano esseri che agiscono in base a riferimenti culturali (il che è ovvio), ma che rappresentino la loro cultura, e quindi siano una specie di cultura in movimento. Dappertutto spuntano manifestazioni alle “culture migranti”, ma sono gli esseri umani che migrano, non le culture.

Ci sovviene, anche grazie all’ennesimo contributo cinematografico – non sono mai abbastanza – un pensiero tanto facile da realizzare quanto difficile da fare proprio: migrare è la propensione più naturale dell’essere umano, dai primi albori dell’umanità.

Daniele Monteleone