All’ombra dei palazzoni

All’ombra dei palazzoni

All’ombra dei palazzoni

di Daniele Monteleone.

Nascoste dai palazzi “cresciuti” all’esordio della seconda metà del Novecento, le dimore palermitane di antiche e ricche famiglie si celano nell’indifferenza del quartiere San Lorenzo. Si illuminano all’occorrenza, sotto le vesti di grandi occasioni commerciali, che si tratti di una rumorosa fiera del fine settimana o di un’affollata attività di ristorazione. Situato nell’area centro-settentrionale della città, il quartiere San Lorenzo prende forma a partire dalle prime costruzioni nella seconda metà del XVIII secolo, principalmente ville nobiliari in aperta campagna tra agrumeti e vaste aree non coltivate. Di quel luogo di villeggiatura è rimasto molto, ma nascosto dai risultati di quel “boom edilizio” degli anni Sessanta che ha di fatto coperto l’allora Piana dei Colli. È col “sacco di Palermo” che le grandi ville sono sparite sotto l’ombra di palazzoni e grandi condomini in serie, che in alcuni casi ne hanno letteralmente preso il posto. Riuscire a scoprire tutte le bellezze nascoste, abbandonate o trasformate è impresa più ardua della visita del palazzo di Versailles in Francia – che, come si dice, necessita almeno una settimana per essere completamente visitato con attenzione – ma seguendo il percorso tracciato dall’immutata via San Lorenzo si riuscirà a intravederne alcune ricchezze storiche e artistiche. Lasciandosi alla spalle il centro città, e poi la piazza De Gasperi, luogo di ritrovo dei tifosi prima di recarsi allo stadio comunale, ci si addentra dapprima in via Resuttana e, continuando, in via San Lorenzo. Siamo all’interno di una fitta concentrazione di palazzi e palazzine, incastonati tra il polmone verde palermitano de La Favorita e la “passeggiata per i negozi” rappresentata dal viale Strasburgo di recente costruzione.

In via San Lorenzo ci sono numerose palazzine di due piani. A un certo punto, sul lato destro della strada, c’è un muro anteguerra che costeggia la via per centinaia di metri. Il muro impedisce la vista di un appezzamento di terreno la cui vastità si può percepire soltanto grazie a immagini satellitari: non è altro che la tenuta di villa Castelnuovo, un tempo appartenente al principe Gaetano Cottone Morso. Qualche decennio fa era la sede dell’Istituto agrario, ecco perché ancora oggi una parte è coltivata a ortaggi. Il cancello di ferro battuto che porta alla villa è stato recentemente ritoccata.

 Ma dopo appena due anni la ruggine è ricomparsa. Il viale ghiaioso seguito da due lunghissime file di cipressi si anima per le fiere d’artigianato organizzate di tanto in tanto. D’estate capita che la villa dia spazio a concerti di artisti locali. Un altro gioiello invisibile di San Lorenzo è il giardino di villa Virginia. Sede di un’associazione, ma in realtà il posto appare semi abbandonato con vegetazione incolta e gatti randagi che lì hanno trovato rifugio. Qualche anziano del quartiere racconta che all’interno della villa sia ancora custodito un grande ritratto di un garibaldino al quale, a suo tempo, il quartiere riservò glorie e onori. Poco più avanti, a pochi passi dal Teatro di Verdura c’è villa Rosato che ospita l’albergo Casena dei colli. Il giardino molto curato dà l’impressione di aver mantenuto l’atmosfera aristocratica, considerato che la villa è stata completamente messa a nuovo e fatta splendere di un colore bianco accecante. L’esempio ultimo della trasformazione del quartiere palermitano di villeggiatura è Villa Tomasi di Lampedusa. La residenza dell’antica famiglia – di cui fa parte il grande scrittore de “Il Gattopardo ” – fu ricavata da un fondo agricolo arcivescovile rimasto ancora oggi – in parte – in mano a dei coltivatori che promuovono un mercato ortofrutticolo biologico ogni settimana. Ed è la buona notizia. E la villa? Confinante con la stazione dei Vigili del Fuoco, sede di concerti ogni anno per tutto l’anno fino alla scorsa decade, è adesso un ristorante e il luogo di approdo di veicoli dai cinque metri in su di lunghezza. La distesa di ghiaia, una volta il parterre davanti il palco, è divenuto il parcheggio per i clienti e la cinta muraria del fu sollazzo nobiliare è stata recentemente intonacata di bianco, colore interrotto dalle lampade color arancio all’entrata dell’aristocratica pizzeria. Fa male parlare di villa Florio-Pignatelli, struttura che fu ampliata e modificata da Ernesto Basile – per intenderci, il progettista del Teatro Massimo – un tempo appartenente a Vincenzo Florio e successivamente alla principessa Maria Pignatelli di Roviano. Situata alle spalle di Villa Lampedusa, si accede alla reggia percorrendo un lungo viale alberato degno delle migliori pellicole cinematografiche – che si raggiunge da via Dei Quartieri – e che porta a una visione sofferente. Una villa dagli ingressi murati e in stato di abbandono. Nel 2004, dopo un lungo e costoso restauro, per decisione del Comune, la villa venne consegnata a quaranta famiglie sfrattate. In poco tempo vennero portati via e in parte distrutte le opere d’arte presenti all’interno della struttura. Sparirono statue di marmo, fontane d’epoca, la pagoda di ferro nel giardino e perfino una scala interna a chiocciola. A distanza di più di dieci anni risulta disabitata – sgomberata solo nel 2007 – e sotto il vincolo dei Beni Culturali. Queste evoluzioni sono uno spunto di riflessione sul patrimonio di ville e grandi giardini, svenduti per ignoranza e malaffare in favore del grigiore cittadino “progressivo e moderno” o, peggio, clamorosamente sprecati. Ettari ed ettari di terreni coltivati si alternavano alle abitazioni che pur permanendo – non tutte – all’interno del quartiere ancora oggi, rimangono invisibili, perite sotto la foresta di cemento cresciuta in un paio di decenni. Tesori nascosti, alcuni persino abbandonati a se stessi per anni mentre la “Piana del Progresso” si arricchiva e s’infoltiva.